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domenica 19 maggio 2013
 
Archivio delle Notizie di Attualità
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Ci sono 111 notizie in totale divise in 37 pagine e questa è la pagina n° 2

Onorificenza al Gran Maestro dell'Ordine di Malta
“Quale segno della più profonda gratitudine a Sua Altezza Eminentissima per il suo personale impegno umanitario nel 1956 in favore dell’Ungheria”. Con questa motivazione la Federazione mondiale dei combattenti per la libertà ungherese ha conferito al Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Andrew Bertie la Gran Croce dei Combattenti per la Libertà del 1956.
Nel consegnare l’alta decorazione il Dr. Istvan Gedai, Direttore Generale Onorario del Museo Nazionale Ungherese ha ricordato che Andrew Bertie era allora tra i giovani membri dell’Ordine di Malta intervenuti al confine austro-ungherese portando aiuto ed assistenza umanitaria ai rifugiati e ai combattenti per la libertà.
Ringraziando sentitamente per il significativo riconoscimento, il Gran Maestro ha voluto commemorare il cinquantesimo anniversario della Rivoluzione Ungherese. “Le speranze di quella gioventù si sono oggi realizzate. L’Ungheria ha ripreso il suo posto nel mondo libero e costituisce un esempio per tutti per la sua fedeltà ai principi di democrazia e di rispetto dei diritti umani, nonché per il suo impegno sulla scena internazionale per assicurare la pace nel mondo”.

Ordine del giorno in ricordo del bicentenario della resistenza nel parmense
Ordine del giorno in ricordo del bicentenario della resistenza nel parmense
votato dal Consiglio Comunale di Parma il 27 febbraio 2006
 
IL CONSIGLIO COMUNALE DI PARMA
 
Premesso
Se è vero che una parte degli italiani – gli intellettuali progressisti e gli aristocratici e i borghesi più influenzati dalla cultura illuministica – esulta di fronte all'autentico terremoto che poco più di duecento anni fa provoca l'irruzione degli eserciti del Direttorio rivoluzionario di Parigi nella Penisola, è altrettanto vero che molti di essi, soprattutto nei ceti umili, leggono negativamente il crollo delle antiche istituzioni e le novità politiche introdotte dai francesi, dando vita a un insieme di manifestazioni di resistenza e di lotta – che va dalla disobbedienza civile a vere e proprie insurrezioni popolari, dalla guerriglia fino alla guerra a fianco degli eserciti anti-napoleonici – che va ormai sotto il nome di «Insorgenza».
Gli italiani sono per lo più all'oscuro di questa pagina di storia, perché nei manuali scolastici se ne parla appena e quelle poche volte per censurarla, non essendo infatti interesse della cultura «egemone» che ci si soffermi troppo sui movimenti di opposizione che accompagnano il processo risorgimentale fin dalle sue origini. Solo da poco essa inizia a essere narrata, soprattutto dopo i bicentenario dei moti del 1796-1799, che ha ridato impulso agli studi, pur nell'indifferenza dei Circuiti culturali ufficiali, i quali hanno significativamente preferito celebrare – unico paese in Europa, oltre alla Francia – l'esperienza delle repubbliche giacobine e Napoleone. Si scopre così che, contrariamente all'immagine convenzionale, durante gli anni della dominazione napoleonica, dalle valli alpine al litorale adriatico, dalla pianura padana alle colline appenniniche, la mappa della nostra penisola è punteggiata da innumerevoli fuochi di rivolta di diversa ampiezza e durata.
Rivolte spontanee, con ampia mobilitazione dei ceti rurali, scoppiano a Pavia e a Lugo di Romagna già nel 1796, per riprendere e intensificarsi l'anno seguente in Valtellina, nel Montefeltro pontificio, durante le cosiddette «Pasque Veronesi» e ancora nel moto ligure del «Viva Maria». Mentre nel 1798 insorgono tutto il Lazio e le Marche pontifici, all'inizio del 1799 si solleva l'Abruzzo borbonico e i popolani di Napoli per tre giorni difendono la capitale contro i francesi invasori, morendo a centinaia.
Nel 1799 tutta l'Italia, dalla Valtellina alla Calabria, insorge e, a prezzo di una furibonda e sanguinosa guerriglia, caccia i francesi e abbatte le effimere repubbliche da questi erette. E il momento dei maggiori movimenti d'insorgenza, che coinvolgono in maniera organizzata migliaia di combattenti: la rivolta contadina in Piemonte, i gruppi aretini e toscani e la “Santa Fede”, guidata dal cardinale Ruffo nel Regno di Napoli. Altrettanto estesa e impetuosa sarà la grande insurrezione dell'estate del 1809, che investe tutto il Veneto e le zone padane, in contemporanea con il moto tirolese di Andreas Hofer, giustiziato poi dai francesi.
Per la mentalità degli italiani di antico regime è pressoché automatico ribellarsi quando subiscono le spoliazioni dei commissari rivoluzionari, allorché assistono sgomenti alle profanazioni dei giacobini e dei soldati francesi, nell’umiliazione del Pontefice, nel vedere nella polvere gli emblemi di regni e principati plurisecolari, nell'avvertire il lacerarsi di tutta una complessa e antica trama di rapporti sociali nati «dal basso» e consolidati dalla tradizione, nell'accorgersi di avere perso dall'oggi al domani le libertà sancite negli statuti, mentre debbono sperimentare uno schiacciante carico fiscale, la nuova burocrazia, il peso della leva obbligatoria e la crescente scristianizzazione della società.
Le insorgenze, pur manifestando la realtà delle mille «piccole patrie» italiane, ed essendo legate ai diversi momenti e situazioni concrete, evidenziano però alcuni lineamenti comuni che consentono di individuare in esse un fenomeno non frammentario ed estemporaneo, bensì unitario, omogeneo ed epocale.
L'elemento che scatena la reazione è spesso religioso, ma non di rado esso è la forma espressiva dell'astio verso un regime che non si limita a sopprimere gli ordini religiosi e a demolire monasteri e chiese, ma impone, con modi brutali, una radicale “rifondazione” della società su presupposti allora nuovi e sconvolgenti: il laicismo, l'individualismo giuridico, il cosmopolitismo.
D'altro canto, in positivo, dietro agl'insorgenti, anche se rivendicano ovunque la restaurazione della religione e dei sovrani legittimi, si leggono in filigrana progetti che vanno al di là del puro e semplice ripristino dell'assolutismo illuminato e mirano invece al ristabilimento delle antiche libertà e di forme politiche più concretamente partecipative.
 
nell’ambito
dei moti popolari della penisola italiana contro le repubbliche giacobine imposte dall’occupazione napoleonica dal 1796 al 1814, si inserisce la resistenza del territorio parmense, iniziata nei primi mesi del 1806, dove l’autonomia dello Stato di Parma e Piacenza continuò ad esistere soltanto di nome, con l’allontanamento dei Borbone-Parma ed esautorando di fatto il governo locale da ogni possibilità di autodeterminazione.
Proprio quando il mito di Napoleone era all’apice, quando tutta l’Europa si era piegata al suo potere, i contadini del territorio parmense gli oppongono la loro disperazione, quando il governo francese tenta di colpire il sentimento di autonomia nazionale del Ducato, con le liste di coscrizione, cioè il “reclutamento” forzoso di 12.000 uomini per rinforzare le file dell’esercito di occupazione; uomini e ragazzi che nemmeno conoscevano la ragione del loro destino, imponendo (in aggiunta alle spogliazioni al patrimonio artistico-culturale del nostro territorio) anche le requisizioni dei raccolti e degli animali e aumentando le imposizioni fiscali per far fronte alle ingenti spese dell’armata napoleonica, che saccheggia ovunque. Viene istituita una tassa persino su porte e finestre. Sono sequestrati anche i pegni del Monte di pietà. La lingua italiana viene esclusa dagli atti pubblici.
La resistenza, iniziata nelle valli del Taro e del Ceno si estende presto in buona parte del parmigiano. Nel dicembre del 1805 sono liberate Salsomaggiore e Scipione, dove gli insorti sono guidati da Giuseppe Bussandri, detto “Mozzetta” (soprannome che il suo diretto discendente Eliseo Bussandri, 1909-1988, conservò come nome di battaglia nelle brigate partigiane). Giuseppe, nato nel 1764, fu fucilato dai francesi il 2 maggio 1806, dopo essere stato spogliato di tutti i suoi beni. Il processo fu celebrato a Parma con un collegio giudicante formato da ufficiali napoleonici dell’esercito di invasione.
Gli insorti sono ormai migliaia. A capodanno del 1806 è liberato il paese di Pellegrino. La prima settimana di gennaio gli insorti, guidati da Gaspare Lamberti di Rocca di Varsi (che morirà prigioniero in Val Chisone, in Piemonte) armati di falci, tridenti, altri attrezzi da lavoro e vecchie armi da fuoco ormai inservibili, assediando il presidio francese nel castello di Bardi, ma con l’arrivo delle truppe del generale Vivian i francesi riprendono il controllo del territorio. La repressione francese colpisce anche i numerosi sacerdoti che avevano aiutato la resistenza negli Stati parmensi.
Napoleone, nominando amministratore generale dei territori di Parma e Piacenza il generale Junot, il 4 febbraio gli notificava: “….fate bruciare cinque o sei paesi; fate fucilare una sessantina di persone: procedete con degli esempi estremamente severi, poiché le conseguenze di quanto accadde a Parma da un mese sono incalcolabili per il resto d’Italia”. Il generale Junot dispone che ogni villaggio occupato dagli insorti, ove si fosse resa necessaria la forza per entrarvi, sarebbe stato dato alle fiamme, ogni ribelle preso con le armi in mano sarebbe stato punito con la morte e i condannati “ai ferri” sarebbero stati messi alla berlina, legati al palo, con il cartello “ribelle”, ordinando di portare anche i sacerdoti davanti ai tribunali militari. L’11 febbraio erano già iniziate le fucilazioni, che seguiranno sino a maggio. Il 1 aprile sono fucilati anche due sacerdoti della Val Taro, don Giovanni Cardinali di Tarsogno e don Matteo Sbarbori di Bedonia.
Il principe Eugenio Napoleone, nominato principe di Venezia da Napoleone Bonaparte, lo stesso giorno delle fucilazioni dei due sacerdoti, da Padova, rivolgendosi ai cittadini del Ducato di Parma, dice:”….nel momento in cui tutti i popoli del continente si riposano dalle loro lunghe agitazioni in seno a quella pace gloriosa restituita al mondo intero dall’Imperatore dei Francesi e Re d’Italia, voi soli frammischiate le grida delle sollevazioni ai commoventi accenti di gioia e di riconoscenza in tutte le Nazioni?......Riflettete bene! I soldati Francesi, generosi coi nemici del loro paese, non fanno mai grazie ai ribelli. Se due ore dopo il presente proclama non vi sarete separati, ve lo dichiariamo con dolore, le vostre famiglie dovranno per molto tempo spargere delle lacrime sul vostro traviamento e sul vostro delitto”
I giudicati “regolarmente” furono 88, dei quali 44 assolti, 21 condannati alla fucilazione, 19 ai ferri e 4 morirono in prigione prima del giudizio, oltre ai numerosi morti e feriti nei combattimenti contro l’occupazione francese. Questi i nomi dei fucilati a Parma e a Piacenza: Giovanni Gandolfi, Giacomo Prati, Giovan Antonio Bresciani, Agostino De Torri, Giuseppe Scaccabarozzi, Don Giovanni Cardinali, Don Matteo Sbarbori, Giuseppe Covati, Luigi Curletti, Antonio Bavagnoli, Domenico Bongiorno, Luigi Ferrari, Baldassarre Mazzocchi, Giovanni Prati, Giovanni Valle, Antonio Vitali, Domenico Zambianchi, Andrea Cavaciuti, Giovanni Cordani, Marco Villa, Giuseppe Bussandri.
IN OCCASIONE
della storica ricorrenza del bicentenario della resistenza parmense all’occupazione dell’armata napoleonica, affinché il tempo non offuschi il ricordo di quanti hanno lottato per la libertà, sacrificandosi per la difesa della propria identità nazionale
 
RENDE OMAGGIO
alla memoria di quanti hanno combattuto e di quanti hanno sacrificato la loro vita per rivendicare  il diritto di indipendenza, di sovranità e di autonomia del territorio parmense e riaffermare la propria libertà contro l’occupazione straniera.
 
 
 
Parma, 20 febbraio 2006
 
 
I Consiglieri presentatori:
 
arch. Paolo Conforti
Forza Italia
 
dott. Ludovico Cutaia
Rifondazione Comunista
 

Alberto II al Quirinale
"L'amicizia fra l'Italia e il Principato di Monaco è radicata nella vicinanza geografica e nella storia dei nostri due Paesi". Lo ha detto il Presidente della  Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione delle dichiarazioni alla stampa, al termine del colloquio con S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco, nello Studio alla Vetrata del Palazzo del Quirinale.
 

Dopo avere sottolineato che "le relazioni fra i nostri due Paesi si sviluppano nel contesto europeo, ove la presenza di Monaco è avvertita in maniera crescente: attraverso la partecipazione allo spazio doganale, all'area Schengen, all'Euro e auspicabilmente, in futuro, attraverso il collegamento del Principato alla rete delle grandi infrastrutture europee" il Presidente Ciampi ha così concluso: "La condivisione dello spazio europeo unitario favorisce una più incisiva azione dell'Italia e del Principato di Monaco nelle aree di comune interesse, in primo luogo il Mediterraneo.
L'avanzamento del partenariato euro-mediterraneo, avviato a Barcellona nel 1995, sollecita un più incisivo impegno di tutti i Paesi dell'area, per approfondire la comprensione e la collaborazione reciproca, per fare di questo mare un'area di stabilità, di sicurezza e di progresso".

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