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domenica 5 febbraio 2012
 

éléazar ovvero la notte dei tempi

di J. d'Ormesson

 

da J. d'Ormesson, A Dio piacendo, Rizzoli, Milano 1975 (ed. origiale Gallimard, Parigi 1974), pp. 11-30.

 

Sono nato in un mondo che guardava indietro. Dove cioè il passato contava più del futuro. Mio nonno era un bel vecchio, assai eretto nella persona, che viveva nel ricordo. Sua madre aveva ballato, alle Tuileries, col duca di Nemours, col principe di Joinville, col duca d’Aumale, e mia nonna a Compiègne col principe imperiale. Ma solo alla monarchia legittima rimaneva appassionatamente legata, attraverso tanti disastri, tante barricate, tante cittadelle assediate, tanti ribelli trionfanti, l’intera mia vecchia tribù. I domani che cantano alle orecchie dei profeti non le dicevano nulla di valido. L’età dell’oro era dietro di noi, con tutta quella dolcezza di vita di cui persistevano nelle nostre leggende gli echi attutiti ma che i più giovani di noi non avevano conosciuto.

Aleggiava sempre in mezzo a noi, e direi un pochino al di sopra, un personaggio silenzioso e assente: il re. I più anziani delle famiglia ci parlavano di lui, la sera, come di un padrone molto buono e puro di cui qualche servitore indegno aveva talora approfittato. Il re non aveva mancato, cinque o sei volte ogni secolo, di dire a un bisavolo maresciallo di campo o primo presidente, a uno zio di prozii governatore della Linguadoca, a una zia di prozii libertina, alcune parole insignificanti che ci ripetevamo insaziabilmente. E tanta gioia essi ci davano che a volta giungevamo a inventarne di nuove. Eravamo una vecchia famiglia. In ancor tenera età mi ero preoccupato di sapere che cosa poteva significare quella formula un po’ misteriosa: avevo domandato a mio nonno se per caso non esistessero famiglie più vecchie delle altre, se ci fossero state epoche assai remote, forse custodite da angeli armati di spade fiammeggianti, dove solo i miei bisavoli avevano passeggiato e a cui gli altri, sorti improvvisamente dal nulla, non avevano avuto accesso. No, in verità tutte le famiglie erano antiche nella stessa misura. Tutti avevano un padre e una madre, due nonni e due nonne e otto bisavoli. Solo che certuni serbavano tracce del passaggio nel tempo dei loro antenati scomparsi. A questo modo appresi ciò che dovevamo al ricordo.

Il passato era una grande foresta molto bella in cui si incrociavano a perdita d’occhio i ramoscelli di quegli alberi che scendevano fino a noi. Spesso, durante il pranzo, mio padre parlava di sconosciuti: zii, zie, cugini. I loro nomi si confondevano nella mia testa. Tutt’un mondo si agitava in una specie di gaiezza melanconica e gioiosa che mi dava un po’ le vertigini. Assai prima di Balzac e di Proust sono state le ombre del mio passato a farmi fantasticare sulle avventure degli uomini.

Di colpo la mia famiglia appariva nella storia. Usciva dalla notte, brutalmente. In un lampo di genio il re, o forse soltanto il fratello del re, conduceva verso Oriente il primo del nostro nome. Bel modo di esordire nel mondo! Torture spaventose, teste che vanno in frantumi, la peste e la lebbra: era éléazar, il capostipite della casa, maresciallo della fede e dell’esercito di Dio. I maniaci di una verità peraltro sempre incerta e che variava continuamente nel corso della storia dovevano affrettarsi a farmi sapere che il grande éléazar, l’orgoglio della famiglia, era un furfante di alquanto bassa - o forse alta - lega. Non lo si venerava molto, a quanto pare nei dintorni di Damasco, né tra Tiro e Sidone. Ma le mie zie lo menzionavano nelle preghiere accanto alla loro santa patrona e al loro angelo custode. Non avrei tardato molto ad avvedermi che, sotto il velo delle leggende, la storia è ingannatrice.

Il mondo cominciava con éléazar. Prima tutto era oscuro poiché noi non eravamo ancora nati. Mi dicevo, è vero, che anche éléazar doveva aver avuto un padre e una madre, due nonni e due nonne e otto bisavoli. Ma non esistevano, perché non avevano un nome. Per noi le cose e le persone non avevano un senso se non in virtù del nome che portavano. Nei soli nomi c’erano già quelle idee di ordine e di gerarchia a cui eravamo legati. Una fra le molte altre ragioni della nostra diffidenza verso gli ebrei era che, per motivi che mi rimanevano oscuri, a loro accadeva di cambiar nome. A noi sembrava che cambiar nome sconvolgesse l’ordine  delle coso. L'Onnipotente stessi si era subito affrettato, dopo aver creato l’universo, a dare un nome alle piante, agli animali, al primo uomo e alla prima donna. Una cosa sola rimproveravamo a Dio, di non aver dato il nostro nome ad Adamo e ad Eva. Ci sentivamo un po’ irritati dalle loro pretese d’anzianità. La storia del mondo prima di noi non aveva molta importanza. Non era d’altronde molto lunga: i buoni libri la valutavano intorno ai cinque o seimila anni. Il che era più che sufficiente per quelle epoche senza interesse in cui noi non eravamo ancora apparsi.

Tuttavia, per una specie di mistero che non cercavamo di penetrare, i greci e i romani erano i nostri antenati. Ci riconoscevamo in essi, nella loro beneducata violenza, nella loro consumata insolenza, nella loro superiorità un po’ altera, e una vaga familiarità si stabiliva tra noi: zio Alcibiade e zio Attilio Regolo. Non eravamo molto inclini a quelle fumose teorie che fanno risalire ai germani la purezza della razza. La filosofia, da noi, non attecchiva. Avevamo la mente chiara e mettevamo il buonsenso al di sopra del genio, la luce e il sole del Mediterraneo al disopra delle nebbie del Nord. Non tenevamo in grande considerazione i pensatori: amavamo i pittori, gli architetti, gli uomini di guerra e di Dio. Mio nonno parlava di Roma e di Atene, che non conosceva, come se ci avesse vissuto tutta la vita. Mario era un po’ canaglia e Verre ci faceva vergogna, ma Plutarco e Silla, Pericle e tutti gli Orazi, compreso il poeta, erano da sempre vecchi amici di famiglia. Erano persone che, se fossimo vissuti a quel tempo, avremmo potuto vedere. Ma una deliziosa semplicità e il rispetto del vero ci facevano nascere soltanto al tempo delle crociate.

Discendevamo, alla rifusa e alla lontana, dai costruttori dell’Acropoli, dalle legioni di cesare e da un rivoluzionario ebreo di cui adoravamo il nome quasi quanto il nostro. Un altro mistero: era il solo rivoluzionario di cui accettavamo, di cui, in verità, giungevamo perfino a sollecitare le lezioni. Tutto il resto non contava. Che dovevamo farcene degli aztechi e degli incas, che nei turbini del mondo erano entrati dopo di noi? Sapevamo, s’intende, che esistono gli eschimesi, i negri e i gialli, ma non li avevamo mai visti. Bisognò attendere l’Exposition Coloniale per consentire ad un vero negro di incontrare mia nonna. La quale, peraltro, ne rimase incantata. Era comunque impossibile che quella gente fosse fatta davvero come noi. Non del tutto a caso il buon Dio, di solito così indulgente, le aveva dato quel goffo e ridicolo aspetto. Gli americano stessi non erano che bambinoni maleducati, dei quali non si poteva parlare senza sorridere. La bisnonna di mio nonno, la quale aveva lasciato delle Memorie, citava spesso Chamfort, Rivarol, Madame de Stael e Chateaubriand, ma non diceva una sillaba di Benjamin Franklin, che tuttavia, lo sapevamo da fonte sicura, aveva conosciuto a Versailles. Mio nonno seguiva quell’esempio e di tanto in tanto fingeva di dimenticare che l’America non era più inglese. Per gli inglesi non aveva molta simpatia, ma aveva già imparato a diffidare, in misura ancora maggiore, della sospetta sollecitudine delle colonie a sbarazzarsi dei propri padroni. "È una nazione così giovane…" diceva degli Stati Uniti, con aria trasognata, una vicina di campagna che si piccava di essere bene informata. "Il guaio è, ribatteva mio nonno, che ringiovanisce ogni giorno di più". E aggiungeva che se invece di Cristoforo Colombo fosse stato lui a scoprire l'America si sarebbe guardato bene dal farne parola agli altri. C'era una sola razza, oltre alla nostra, che meritasse attenzione e fors'anche una certa stima: i cinesi. […].

Conducevamo una vita estremamente semplice, dove avevano peso il curato, la caccia a cavallo, il culto della bandiera bianca e il nome della famiglia. La nostra vita non ci meravigliava: ci era da troppo tempo familiare perché potessimo soltanto immaginarne un'atra. Mi basta nondimeno evocare una stagione, una giornata, un'ora di quella esistenza così limpida per urtare contro lo spesso strato dei misteri che quella medesima trasparenza nascondeva. Parecchio tempo era occorso perché tutto fosse così facile. Altre sofferenze, molto sudore e sangue erano occorsi per consentirmi di andare a spasso in bicicletta sulle bianche strade adiacenti al grosso edificio di pietra munito di torri e di cammini di ronda che la gente del paese chiamava il castello. E aveva ragione: era proprio un castello.

Vivere in un castello ci pareva la cosa più naturale di questo mondo. Mio padre ci era nato, e suo padre, e il padre di suo padre. Ci nascevamo di padre in figlio e ci ritornavamo per morirci. Uno dei fratelli di mio bisnonno era stato, per anni un favoloso e affascinante imbroglione e solo una o due sue fotografie era sfuggite a un pia distruzione. Aveva venduto dozzine e dozzine di case, di battelli, di cavalli da corsa, e persino di donne, che non gli appartenevano. Era partito per l'America del Sud con le doti di tre successive ragazze, beninteso della migliore società. Si raccontava che la sua santa madre ne era morta di dolore. Era morta, come tutti i suoi, a Plessis-lez-Vaudreuil. E di lì a qualche anno egli era tornato dall'argentina, nonostante la polizia, i creditori, i padri e i fratelli delle sue fidanzate, per morirci anche lui, nella pace del Signore che passava il tempo a perdonarci i nostri delitti, le nostre follie, i nostri errori. A questo modo si organizzavano intorno a noi i nostro spazio e il nostro tempo. Un tempo che scorreva nell'altro senso e risaliva perpetuamente verso le sue sorgenti. Uno spazio il cui centro era quella culla della famiglia verso la quale la morte ci riconduceva.

Il castello di mio padre e di mio nonno, di suo padre e di suo nonno e dei loro bisnonni attraverso i secoli e le generazioni, era gremito, come ben potete immaginare, delle successive eredità del passato. I comò-sepolcro, i secrétaies a cilindro, le consoles a intarsio o a smalto Martin, i tavolini a fagiolo o a ramino o a mezzaluna, i bonheurs-du-jour, gli orologi regolatori, gli arazzi di Aubusson o delle Fiandre, i quadri degli antenati in grande uniforme negligentemente appoggiati a uno scrittoio e con in mano una lettera dove  leggevano distintamente le due parole sacre: Au roy, tutto questo e il resto, tutto ciò ingombrava fughe di solai pieni di polvere e di bauli enormi dove non avevamo il diritto di nasconderci e dove fluttuavano, fra le ragnatele, i fantasmi degli avi, era stato portato dalle ripetute ondate delle generazioni successive. Vendere e comprare erano operazioni piuttosto losche, imprudenti e volgari. Montaigne si vanta, a un certo punto, di non aver nulla acquistato e nulla dissipato: neanche noi compravamo mai nulla né vendevamo mai nulla. Tutto andava via via accumulandosi in virtù dei matrimoni e delle morti, delle doti e delle eredità. Noi ne vi avevamo alcuna parte: era la nostra forma di eleganza. Il nostro patrimonio, al pari del nostro nome, proveniva dalla notte dei tempi.

Ogni nazione, ogni famiglia, ogni individuo vivono su una mitologia che ne colora l'esistenza: la nostra mitologia era il castello. Il castello aveva una parte enorme nella nostra vita quotidiana. Si sarebbe potuto dire, forse, che era l'incarnazione del nome: li impregnava entrambi la medesima sacralità. Era il nome pietrificato. Non si limitava alle mura, alle torri, all'immensa corte interna, alla scalinata a spirale che il re Francesco I aveva salito a cavallo al suo ritorno dalla prigionia, ai fossati pieni d'acqua dove navigavano carpe che avevano ancora conosciuto i bei giorni della monarchia legittima. Si estendeva alle terre e ai boschi che gli facevano come da scrigno. Di tanto in tanto mio nonno saliva con me sulla torre più alta del castello. Dominavamo la campagna. Il tempo era bello. Egli mi indicava ciò che i secoli avevano dato ai miei. Vedevamo in lontananza Saint-Paulin, e Roissy, e Villeneuve, e il cimitero di Rousette dove tutti noi eravamo sepolti. Mio nonna diceva che era una terra squisitamente francese e mio nonno aggiungeva che somigliava a tutte quelle che Ronsard, La Fontaine e Péguy avevano cantato. Guardavo. Vedevo campi e alberi e colline piuttosto dolci. Era l'angolo di Francia che ci apparteneva.

Dopo Dio, il re e i nome della nostra famiglia, c'era un altro personaggio, spesso vagamente scarmigliato, che bazzicava un pochino il castello: la Francia. I nostri rapporti con lei erano piuttosto ambigui. La Francia, naturalmente, era meno vecchia del nome che portavamo; era meno vecchia del re che l'aveva creata di sana pianta; ed era anche meno vecchia di Dio; ma ancor prima dei grandi massacri dell'inizio di questo secolo uno dei miei zii e due cugini erano morti per lei in una qualche risaia dell'Asia o nelle sabbie africane. Non erano giuste nozze quelle che ci univano alla Francia: noi avevamo sposato la Monarchia e la Chiesa. La Francia dei tempi moderni era come una vecchia amante alla quale si finisca con l'affezionarsi a furia di veemenze e sacrifici. Poiché il re non c'era più bisognava pur intendersi con lei. Non avevamo molta indulgenza né per Thiers né per Gambetta, che mio nonno si ostinava a chiamare Gambretta: appena un pochino di più che per Robespierre o per Jean-Jacques Rousseau; ma alla fin fine, la Francia aveva anche conosciuto giorni abbastanza belli col maresciallo Mac-Mahon e con la duchessa d'Uzès, le cui passeggiate al Bois de Boulogne rimanevano, dopo tanti anni, uno dei temi preferiti delle conversazioni estive, all'ombra dei vecchi tigli dove tutta la famiglia riunita si recava a prendere il caffè. Dicevamo della Francia tutto il male che potevamo, ma era di buon gusto andare a farsi ammazzare al suo servizio. Morire per ciò che rimpiazzava il re era, ai nostri occhi, un costume e un mestiere più che un segno d'amore o un dovere.

La Francia, disgraziatamente, era occupata dalla Repubblica. A noi, Polignac, Boulanger, Henry, Jules Lemaitre, Léon Daudet et Charles Maurras! A noi, Chambord e la bandiera bianca! Mio nonno, in nome della Francia, della vera, dell'altra, manteneva contro la Repubblica un esiguo esercito pressoché clandestino che solo lontanamente richiamava gli splendori della monarchia e gli eroismi degli chouans: una dozzina di ginnasti che sfilavano, preceduti dai loro trombettieri il giorno della festa di Giovanna d'Arco. Una sera, per non so quale malaugurato concorso di circostanze, mio nonno aveva ricevuto al castello un ministro della Repubblica. Il quale ministro, entrando nel salotto, scorse su un tavolo un giornale, che per una scusabilissima deformazione professionale, non poté fare a meno di aprire: vide allora che era l'Action Française, che di lui appunto additava quotidianamente al pubblico sospetto, a suon di insulti e con scrupolosa regolarità, la vira privata, l'onestà finanziaria e le capacità.

"Ah, ah" fece il ministro. "Lei legge questa robaccia?".

"Ogni giorno" rispose mio nonno.

"Come revulsivo?" domandò il ministro.

"No, signore. Come cordiale".

Era scontato: ci facevamo massacrare, è vero, per la Francia, ma questa, per quanto ci schierassimo dalla parte dei nazionalisti, non era la nostra vera patria. In Boemia, in Polonia, nel Baden-Wurtemberg, nello Schleswig-Holstein, in Belgio, in Italia, a Vienna, a Mosca e a Odessa ci sentivamo a casa nostra quanto e forse più che in Francia. Mio padre diceva che la Chiesa, i pianisti, gli ebrei, i socialisti e noi non avevamo patria. Le guerre, le persecuzioni religiose, i matrimoni e il caso avevano sparpagliato la famiglia in tutta Europa. Avevamo un ramo inglese, che pronunciava il nostro nome con un accento impagabile; un ramo italiano, che aveva risolutamente aggiunto una "o" napoletana alla fine delle sillabe sacre; un ramo russo, che aveva seguito fino a Odessa il maresciallo di Richelieu, e sposato alternativamente alcune granduchesse, sempre tedesche, e una serie di attrici, naturalmente francesi, del celebre teatro Michel. E avevamo, soprattutto, un ramo tedesco.

Uno dei prozii di un mio prozio aveva sposato, alla dodicesima o quindicesima generazione, una sorella dell'ammiraglio di Coligny, e buona parte della famiglia aveva aderito alla Riforma. Tutta quella gente, e non era poca, era stata massacrata durante la notte di San Bartolomeo, con la sola eccezione di un bambino di nome Henri, che la nutrice aveva salvato lasciandolo penzolare per tre ore, a rischio di farlo morire soffocato, in un ampio camino dove, dato il caldo di quella terribile giornata d'agosto, i soldati ubriachi si erano guardati dall'accendere il più piccolo fuoco. Il nipote di Henri, Louis, partì per la Germania in seguito alla revoca dell'Editto di Nantes. Le guerre di Napoleone, di Bismarck, di Guglielmo e di Hitler portarono massicciamente a morte i suoi pronipoti e i nipoti dei suoi pronipoti. Ma verso l'inizio di questo secolo una buona dozzina di essi si batteva ancora in duello con selvaggia eleganza, studiava filologia tra Heidelberg e Tubinga e sposava ragazze Krupp.

Tutti i membri di questo ramo germanico erano circondati ai nostri occhi da un'aurea di mistero. Non sapevamo mai dove abitavano, non conoscevamo il colore dei loro passaporti. Fluttuavano tra le pianure della Slesia e le montagne della Boemia, li ritrovavi a Marienbad e nella Foresta Nera, in palazzi o castelli della Prussia orientale o sulle rive del Reno, ma anche a Venezia e a Palermo, dove per via femminile si riallacciavano ai ricordi fantastici dell'imperatore Federico II e degli Hohenstaufen. Nel novembre del 1918 un fratello di mio nonno, allora tenente colonnello addetto allo stato maggiore del maresciallo Foch, aveva avuto la sorpresa di veder scendere da una lunga Mercedes nera, per discutere le condizioni dell'armistizio un viceammiraglio  tedesco della flotta de Baltico che portava il nostro nome: era lo zio Ruprecht. Suo figlio Julius Otto, doveva oscuramente distinguersi nei moti nazionalisti della Germania del dopoguerra. Lotta contro i comunisti al fianco di Krupp e del generale von Luttwitz, poi dello scrittore Ernst von Salomon, l'autore dei Proscritti, dei Cadetti e del Questionario, e del generale Ludendorff. Julius Otto accompagnò Hitler lungo tutti gli anni Trenta, ma riuscì a fare una fine da eroe, colla testa troncata dalla scure, appeso al gancio di un macellaio, dopo aver deposto, insieme con il cugino, colonnello conte  von Satuffenberg, il 20 luglio 1944, a Rastenburg, sotto al tavolo dove lavorava il Fuhrer, una cartella di cuoio dove palpitava una bomba.

A questo modo comunicavamo, al di là del castello, e del bosco, col mondo circostante. Uno dei segreti della nostra vecchia famiglia è che essa faceva spuntare in mezzo a noi, in quell'angolo appartato della campagna francese dove vivevamo tra il nostro curato, i nostri ginnasti, le nostre cameriere e i nostri bracchieri, tutt'un'Europa semimorta, tutt'un mondo svanito. Tutto ciò che aveva fatto la nostra forza e il nostro splendore, alla corte di Vienna e di Versailles, nei salotti di Londra e di Roma, negli accampamenti militari e sui campi di battaglia, nei conventi e nelle cattedrali, sulla maggior parte dei mari del mondo, si allontanava a grandi passi in una notte sempre più profonda. Ne serbiamo qualche briciola grazie a ricordi e cuginanze. I ricordi erano ancora chiari e le cuginanze abbaglianti. Ci ingannavamo sulla nostra sorte. A furia di pranzare ogni sera, con l'immaginazione, in compagnia del Reggente e del Kronprinz, del cardinale di Rohan e del principe di Metternich,  e di quanti restavano, su questa terra, dei Marlborough e degli Yussupov, potevamo continuare a farci persuasi che il nome della nostra famiglia fosse al centro dell'universo. Conducevamo un'esistenza sognante e squisitamente poetica. Vivevamo lontanissimo da noi nello spazio e nel tempo. E non eravamo soli, la sera, nel salone male illuminato, fra i nostri mobili senza prezzo, sotto gli sguardi del maresciallo che aveva salvato due re e della bisnonna che ne aveva smaliziato altri tre. La nostra vecchia casa era ricolma delle ombre di coloro che non c'erano più.

Usciti da un'altra epoca, mio padre, mio nonno e i miei zii non avevano peraltro un'idea insensata di sé. Li ho sempre visti dar prova, e nei confronti di tutti, d'una cortesia disarmante; non li ho mai sentiti pronunciare una parola più alta dell'altra. Trattavano con identica deferenza Monsignor l'arcivescovo quando, una volta l'anno, in occasione della cresima, ci faceva l'onore di venire a dormire nella camera azzurra, e le figlie dei guardiani o dei fattori della Paluche. I miei non avevano alcun orgoglio a titolo individuale: lo riservavano tutto all'insieme della famiglia. Una buona parte di ciò che sto per narrare potrà forse spiegarsi in virtù del ruolo alquanto esiguo che giocavano gli individui nella nostra vita collettiva. Nessuno di noi contava per se stesso: ciò che contava era quella stirpe che un giorno, quasi contemporaneamente alla storia, aveva avuto inizio e che si perpetuava attraverso il mondo, sotto tante differenti forme, sotto tante opposte uniformi, in tanti paesi diversi, e sempre simultaneamente, grazie a un adorabile mistero, a tante epoche così distanti l'una dall'altra. Illustravamo, a modo nostro, il trionfo della razza sulla persona, della collettività sull'individuo, della storia sull'evento. Bisognava continuare, ecco tutto. Bisognava non rompere il filo. Bisognava non decadere. Bisognava mantenersi al proprio posto. Che era sempre, però, un posto in mezzo altri altri. Soltanto nel grande affresco dei tempi l'avventura personale assumeva il proprio significato. La storia era una lunga pazienza, un puzzle a cui ciascuno recava il proprio contributo, un gioco collettivo e stringato dove il voler brillare da soli serviva poco. Mio cugino Pierre aveva giocato molto a rugby, con irlandesi cattolici, verso la fine degli anni Venti. Diceva che era un gioco che gli ricordava la famiglia: un gioco di squadra dove le imprese personali tornavano sempre e soltanto a vantaggio della quadra, un gioco dove, più che di distinguersi, si trattava di vincere tutti insieme. E mai passaggi in avanti. Anche i palloni della famiglia volavano verso i reparti arretrati.

Poiché, ricchi e poveri, tutti oggigiorno consumano, ad occuparsene la miglior parte del loro tempo, mi occorre spender qui una parola sul denaro. Si sarebbe potuto credere, in casa nostra che il denaro non esistesse. Ed evidentemente non esisteva, perché ne avevamo. Ma nessuno avrebbe mai avuto la sfrontatezza di parlarne. Né, tantomeno, di guadagnarne. Il denaro, come il cancro, la tubercolosi e le malattie venere, era oggetto di un trattamento che consisteva anzitutto nel cacciarlo nel nulla. L'immagine del mondo che ci valeva quel silenzio era un pochino oscura, ma assolutamente deliziosa. Più tardi, verso l'epoca in cui hanno inizio questi ricordi, il denaro sarebbe entrato trionfalmente in casa nostra con la meravigliosa Gabrielle, detta Gaby, moglie di mio zio Paul. I milioni sarebbero sfilati sotto le finestre del castello, all'ombra dei vecchi tigli. Avrebbero annunciato le catastrofi finali al modo di quegli insperati e ingannevoli miglioramenti che precedono, nei moribondi, l'esito fatale della crisi. Ma l'epoca classica ignorava tutto del denaro. Sopravveniva, ecco tutto. Nessuno di noi sarebbe stato in grado di dire attraverso quali vie misteriose esso riuscisse a trasformarsi in tegole nuove sui tetti, in balli in maschera per i cugini d'Inghilterra, in battute di caccia due volte la settimana per sei mesi dell'anno.

Di quelle trasmutazioni si occupava un personaggio molto importante che nella sua carica aveva esordito in ancor giovane età e che doveva morire vecchissimo, all'alba dei nuovi tempi. Si chiamava Desbois: era l'intendente. A differenza dei bracchieri, che si chiamavano La Verdure o La Rosée, o del guardacaccia, che si chiamava La Loi - e gli ingenui si stupivano di quelle coincidenze così armoniose -, il nostro amministratore si era sempre, in ogni tempo, chiamato Desbois. Ma questa volta era davvero un nome predestinato. Il denaro non proveniva né dalle scommesse, né dalla droga, né dallo sfruttamento di donne - eccezion fatta per lo zio d'Argentina -, né dall'industria, né dal commercio, né dai giochi di borsa: proveniva esclusivamente dalla terra e dalle case e soprattutto dagli alberi. Spuntava da campi, dalle foreste, dalle pietre, per precipitarsi docilmente fra le mani del signor Desbois, di dove poi usciva otto specie dei cocchieri, dei domestici, dei cuochi, dei giardinieri. Era così semplice essere ricchi! Possedevamo un buon tratto del dipartimento della Haute-Sarthe, che è uno dei più piccoli di Francia, e a Parigi, qua e là, alcuni immobili nel quartiere attorno a rue de Monceau e all'avenue de Messine. Scoprii in seguito che il giovane Proust era stato nostro inquilino al 102 del boulevard Haussmann e che due accademici, un campione del mondo dei pesi massimi e tre ministri della Repubblica - uno dei quali socialista - ci avevano aiutato a vivere. Non dico nulla degli scrocconi e dei cortigiani: neppure Monsieur Desbois era mai riuscito a enumerarli.

[…]

Se cercassi di racchiudere in due parole l'immagine della nostra vita non esiterei a dire che era solida e leggera. Solida perché poggiava su basi che in passato non avevano mai tremato e su cui mai e poi mai avremmo potuto dubitare per i tempi avvenire. Tra il mondo e noi, tra le nostre opinioni e noi, tra noi e noi non si sarebbe introdotto uno di quei foglietti di carta Job di cui si serviva mio nonno per arrotolare le sue sigarette. Eravamo incollati a noi stessi. Il dubbio, i torbidi della mente, la cattiva coscienza non sapevamo che cosa fossero. Avevamo avuto parecchie disgrazie. Erano cominciate molto presto. La Riforma era stata una disgrazia. La Rivoluzione era stata una disgrazia. La sconfitta del conte di Chambord era stata una disgrazia. L'innocenza di Dreyfus era stata una disgrazia. L'istituzione della tassa sui redditi era stata una piccola disgrazia. La condanna dell'Action française da parte del papa era stata una grossa disgrazia. Ma eran prove che non intaccavano la fede nei valori millenari e nell'onore del nome. Uno dei miei cugini - abbastanza lontano, grazie a Dio -  aveva finito col divorziare, uno dei miei zii aveva sposato un'ebrea. Disgrazie anche queste. Non ci sono vite senza disgrazie. Non ci sono vite senza incidenti. Via via che passavano gli anni diminuiva in noi diminuiva in noi la convinzione che tutto sarebbe finito con l'accomodarsi. L'avevamo creduto per molto tempo: non ne eravamo più molto sicuri. Ma da fonte certa sapevamo che gli avvenimenti avevano torto quando ci facevano del male e che eravamo sempre noi ad avere ragione: Dio e il re erano dalla nostra parte. Questa grande coalizione era garante del passato. Il futuro, forse, le sarebbe un pochino sfuggito. Ma che importava? Noi vivevamo nel passato.

[…]

Aborrirei da dare l'impressione di irridere alla mia famigli. Mi è forse lecito proclamare qui, con una certa solennità […] che la stirpe cieca alla quale appartengo per nascita era quanto di più nobile, più sereno, più degno d'amore esistesse al mondo. Aveva le sue debolezze. Ma chi non ne ha? Daladier era forse molto forte? Aveva i suoi lati ridicoli. Taccio di Blum: era un principe, come noi. Ma anche i repubblicani davano spesso l'incentivo al riso. Aveva le sue crudeltà. Forse che la Rivoluzione ha le mani molto pure? Avevamo dietro di noi un tale muro di ricorsi, di tradizione, di pregiudizi, che ci toccava star diritti. Stavamo assai diritti. Sapevamo morire. La gente ci amava.

La gente ci amava. Si dirà che non capiva, che era abbagliata dalla religione, che non era pervenuta alla piena coscienza di sé. Non sono qui per discutere: sono qui per narrare. Dico: la gente ci amava. Non so se amasse i Condé, i Richelieu, i La Rochefoucault, i Talleyrand-Périgord. Dico che noi ci amava. Lo ha ben dimostrato al momento della Resistenza e della Liberazione. Avevamo dietro di noi la totalità del paese. Una metà era per mio nonno, che parteggiava per il maresciallo; e l'altra metà per mio cugino Claude, che comandava i maquis.

La gente ci amava per un motivo semplicissimo: perché noi l'amavamo. Sì, l'amavamo. E non vi permetto di ridere, dal momento che non faccio altro che dire la verità. Non eravamo socialisti e non eravamo democratici. E odiavamo il socialismo e odiavamo la democrazia. Eravamo soltanto cristiani. Soprattutto cattolici romani, ma, insomma, anche cristiani. E amavamo il nostro prossimo. Il concetto di prossimo non oltrepassava ancora di molto i confini del castello e delle nostre terre. Non ci importava un bel niente dei piccoli algerini e dei bambini del Congo, né degli straripamenti del Fiume Giallo, né della miseria delPerù; ma amavamo i nostri, quelli di Plessis-Lez-Vaudreiuil e di Roissy, e di Villeneuve e di Saint-Paulin.

[…]

Non si può dire che fossimo insensibili. Sui remoti accadimenti del mondo eravamo meno informati di quanto siano oggi i patiti del piccolo schermo. E poi eravamo meno portati a piagnucolare senza far nulla: il contrario delle nostre attuali attitudini. Mia nonna non si preoccupava troppo spesso di ciò che succedeva in Africa o in Asia o in quell'America latina che allora chiamavamo del Sud, ma non parlava mai di una miseria senza esaminare immediatamente quel che si poteva are per alleviarla. Avevamo cuochi che si facevano chiamare chefs e portavano alti tocchi bianchi che cameriere in merletto passavano il tempo a inamidare; avevamo maggiordomi e camerieri, meccanici e sguatteri, bracchieri e guardacaccia, ma mai - dico mai - nessuno della nostra gente, poiché così li chiamavamo e così essi stessi si denominavano, mai nessuno della nostra gente è morto senza che mia nonna, o mia madre o qualcuno della famiglia se ne stesse ritto accanto al letto di legno, sotto il crocifisso di olivo benedetto, per reggere la mano del moribondo nell'istante dell'ultimo respiro. La nostra gente, è vero, ci apparteneva, ma noi appartenevamo ad essa. Non era ancora l'epoca delle domestiche di fortuna, quelle che si cambiano come si cambia il lattaio, o la vettura, o la camicia. Chi entrava in casa nostra non aveva bisogno di assicurazioni sociali, che non esistevano ancora; né di pensioni, che non esistevano ancora; né di dispensari che non esistevano ancora. Chi entrava in casa nostra sapeva che non sarebbe mai più rimasto né senza lavoro né senza mezzi, che sarebbe stato curato se si fosse ammalato, che sarebbe stato protetto contro i pericoli e le minacce e che i suoi figli, se la morte lo avesse còlto, non sarebbero stati abbandonati. E come poteva essere altrimenti giacché dall'istante in cui era entrato in casa nostra per provvedere a riscaldare  letti o per rastrellare i viali, faceva parte della famiglia?

Vivevamo in un sistema. Un sistema tacito, un po' misterioso, quasi segreto, che la mentalità dei nostri giorni non potrebbe in alcun modo intendere. Era il sistema dell'onore. Ed era rigoroso quanto il marxismo o la filosofia di Hegel. Ma nessuno ne parlava mai, le spiegazioni non erano viste di buon occhio. Eravamo troppo vicini alla terra, ai cavalli, ai nostri vecchi alberi, per potere amare molto le idee. La nostra silenziosa vita, d'altra parte, era tuta animata da una fede di cui non dicevamo mai nulla: una fede nella continuità, nella durata, nella permanenza delle cose e degli uomini, in un grande disegno divino di cui il cognome della famiglia rappresentava, con assoluta evidenza, una delle più perfette incarnazioni. Cominciammo peraltro a capire, non senza un certo stupore, che di questo grande disegno divino gli uomini non avevano mai smesso di dubitare. Le sconfitte, i disastri, i tradimenti non lo avevano minacciato troppo. Non avevamo paura dei disastri: ne avevamo conosciuti troppi. Non avevamo paura dei tradimenti: ci era accaduto di parteciparvi con molta baldanza e alterigia. Quelle sbavature, del resto, non andavano mai molto lontano. No, a scrollare l'ordine voluto da Dio avevano atteso, dapprima lentamente, poi sempre più veloci, certe piccole termiti, certi insetti malsani e nocivi, certi roditori insidiosi: le idee. Cesare nelle Gallie, i barbari a Roma, i turchi a Costantinopoli, i francesi a Mosca e i russi a Parigi, la peste, le carestie, le inondazioni non avevano fatto un gran male. A far male erano stati Lutero, Galileo, Darwin, Karl Marx, il dottor Freud e Albert Einstein. Tre ebrei su sei, due protestanti, uno dei quali ateo, e un mezzo eretico figuravano in quella terribile lista nera dove, più tardi, si sarebbe iscritto, per aver distrutto il volto umano, un Pablo Picasso, il quale si proclamava comunista. Agli ebrei non rimproveravamo in particolar modo il denaro, i lunghi boccoli, il sangue di Cristo o un naso a uncino di cui peraltro sarebbe stato impossibile discernere la minima traccia nell'incantevole viso di mia zia Sarah: ciò che soprattutto rimproveravamo loro era di pensare. Pensavamo pochissimo, noi. Dilettosamente, mio nonno ci diceva dell'apostrofe di un suo fratello che era capitato con un vetturino di piazza, probabilmente socialista, intento a leggere al pallido lume di un lampione, La Pensée: "Su, pensatore, portami da Maxim's!". Una voce levatasi lontanissima attraverso la terra e i secoli ci gridava di non pensare.

La nostra formidabile salute, in virtù della quale il nome della famiglia aveva percorso i secoli proveniva dall'assenza di idee. Al maestoso edificio cui facevano corona Dio e l'imperatore, il re e il papa, o cardinali, i marescialli di Francia, i duchi e i pari, e noi. Galileo e Darwin avevano inferto un colpo fatale impedendo al sole di girare intorno ad esso e facendo di noi i discendenti di una scimmia. Era ragionevole far derivare da una bertuccia e da un orangutan la mia vecchia zia Mélanie che aveva sposato un Borbone di Spagna e la cui radiosa bellezza, divenuta proverbiale, aveva colpito a morte, uno dopo l'altro, due cugini? I giapponesi, che facevano discendere i loro imperatori dal sole e dalla luna, erano più saggi e più corretti. La nostra forza era così tranquilla dal dispensarci dal prestar fede agli oziosi discorsi degli scienziati. Gli scienziati erano, per lo più, repubblicani. Nel nostro intimo non avevamo ma cessato d'essere d'accordo con la Santa Inquisizione. Da secoli e secoli il sole sorgeva, e tramontava, sulla gloria della famiglia. Comunque, non saremmo stati certi noi a metterci improvvisamente a girare intorno ad esso per ubbidire a u italiano di mediocrissima estrazione. Più semplice il caso di Darwin: era una canaglia. E ci interrogavamo, con molto sangue freddo e molta lucidità, sui sinistri interessi, legati molto probabilmente agli ebrei e forse ai massoni, a cui quella smania di umiliarci poteva ben giovare.

Tutte le screpolature dell'edificio, le stoffe stinte nel gran corteo della gloria, le brache rammendate, i vecchi claudicanti, gli schiavi insorti e i cavalli attrappati non volevamo vederli, non li vedevamo. Mi credete, no? Non ci battevamo per denaro: ci battevamo per una certa immagine del mondo che non si discuteva. Forse il compagno Karl Marx ha ragione quando dice che mio nonno e i suoi difendevano esclusivamente una situazione economica. Ma allora gli occorre l'aiuto del buon dottor Sigmund Freud: perché noi non ne avevamo coscienza. Dio, il re, il passato e l'onore della famiglia costituivano tra noi e il denaro no schermo quanto mai opaco.

Le termiti che rodevano quell'universo ancora così solido lo avevano reso leggero: era pieno di buchi. Non vivevamo già più nel mondo inebriante della realtà i nostri rami morti si eran disseccati sull'albero. Non lavoravamo La vita proseguiva senza di noi. Non facevamo più presa su nulla. Avevamo lasciato il servizio per la malinconia del ricordo. Tutto contribuiva a quel ritiro. Mio nonno, il capo della famiglia, non era neppure riuscito a dedicarsi al solo mestiere appreso da tradizioni otto volte secolari: quello delle armi. Di due o tre anni più giovane di mia nonna, era nato nel 1856. Nel 1870 aveva quattordici anni: troppo giovane. Nel 1914 ne aveva cinquantotto: troppo vecchio. Ma nel 1945 ne aveva ottantanove ed era ancora abbastanza vivo per sentirsi annunciare, nell'allegrezza della vittoria, la fine di quel mondo che aveva attraversato da dilettante.

Eravamo frivoli. Ah, come eravamo frivoli! Affascinanti, spesso belli, sempre educati alla perfezione, altissimi, solidissimi e debolissimi, cacciatori stupendi, a volte pallidi e stanchi, sempre instancabili, con trasporti violenti e appetiti imperiosi, con un coraggio illimitato per tutto quanto ci divertisse. Eravamo degli aztechi, degli incas, dei kulaki, dei catari e dei bogomili, dei principi georgiani, dei mercanti di Balkh o di Merv nell'ombra di Gengis Khan, degli eroi dell'Atlantide: tutte quelle razze condannate e che non sapevano di esserlo. Che ironia! Credevamo di essere dei principi, dei signori, la destra di Dio Padre, ed eravamo soltanto ciò che più disprezzavamo al mondo: degli ebrei polacchi nel 1939. Con i nostri vecchi castelli e le nostre belle maniere, con la nostra amicizia per gli artigiani, per gli impagliatori di sedie, per i vasai, con le nostre assurde idee sull'onore, con il nostro disprezzo per l denaro e per il lavoro, con il nostro almanacco di Gotha sotto il braccio, con il nostro Dio in forma di idolo, con il nostro amore per la terra e per il passato in un mondo lanciato a tutta velocità verso un avvenire di dove gli alberi, i cavalli, la pazienza, l'eterno e il rispetto erano espulsi in partenza, eravamo condannati a morte. Al pari degli ebrei, dei comunisti, degli zingari e dei massoni, eravamo destinati alla scure, al proiettile nella nuca ai campi di concentramento. Ma mentre loro si sarebbero presi una qualche rivincita e avevano, comunque, modo di sperare nell'avvenire, noi di speranza non ne avremmo più avute. Lo sapevamo? Immagino che fosse come l'idea della morte nella generalità dei mortali: sapevamo che saremmo morti, sentivamo oscuramente d'essere già morti, ma non volevamo, e non potevamo, crederlo. Pertanto nascondevamo a noi stessi il nostro catastrofico destino. Lo nascondevamo dietro i nostri abiti, dietro le nostre battute di caccia, dietro il culto delle nostre tradizioni, dietro una certa forma di ridicolo e di assurdo a cui l'ombra della morte conferiva una specie di grandiosità.

Una grandiosità ridicola: ecco forse il modo in cui vedo i miei prozii Joseph e Louis, il mio triszio Anatole, i loro colletti alti e duri a punte rivoltate, i loro favoriti, le loro giacche lunghe e le loro redingotes, il loro accento inimitabile, il loro attaccamento alla monarchia legittima, il rigore dei loro giudizi e delle loro convinzioni, la loro intatta onestà; la loro irrimediabile cecità. Non erano ignoranti. Parlavano il greco e il latino molto meglio di me che avevo trascorso dieci lunghi anni a studiarli senza troppo successo nelle scuole della Repubblica e avevano letto di tutto fino all'alba del secolo diciottesimo. Le scelte,  da allora, andarono via via restringendosi. Si cominciò col sopprimere alcuni autori - Jean-Jacques Rousseau o Diderot - perché indecenti o malsani; poi, dopo l'Ottantanove, si finì per lasciarne a galla, rari nantes…, due o tre: Joseph de Maistre, Vigny, Barbey d'Aurevilly, naturalmente Bonald, Octave Feuillet, Victor Cherbuliez, Maurice Barrès o Léon Daudet e, ovvio, il più grande di tutti, quello che tutti i miei conoscevano a memoria, da cima a fondo, al pari del duca di Saint-Simon, imparentatosi con la famiglia per aver sposato Marie-Gabrielle Durfort, figlia del maresciallo di Lorges e sorella della duchessa di Lauzun: il visconte di Chateaubriand. Tutto, in lui, tornava loro gradito: la nascita, le idee, la fedeltà, lo stile. Con le sue follie, il suo rigore mentale, le sue innumerevoli amanti, la sua inclinazione al suicidio e alle rovine, la sua irresistibile malinconia ricamata di ridicolo, la sua dedizione alle cause perse, Monsieur de Chateaubriand era il loro uomo. Fedeltà: è ancora il mio. No, non eravamo ignoranti; ma eravamo morti. Il tempo ci aveva oltrepassati.

Ecco, pressappoco, credo, il mondo in cui vivevamo. In un po' meno di mille anni non era mutato molto. E, soprattutto, noi non volevamo che cominciasse a mutare. Ma avevamo un bel vivere i nostri sogni e chiudere gli occhi su ciò che non ci piaceva: non lo riconoscevamo più. Ne parlavamo come di un vecchio zio che una malattia incurabile avesse improvvisamente devastato. Ci guardavamo, scuotevamo il capo. Mormoravamo: "Com'è cambiato!". Non professavamo niente di niente, ma nutrivamo in noi, a profondità insondabili, una filosofia del silenzio e dell'immobilità. Si dice, molto giustamente, che le idee procedono in mezzo agli uomini. In quel sospetto procedere in cui alcuni filosofi, socialisti, s'intende, scorgevano soddisfatti un progresso della coscienza, noi intuivamo, al contrario, come una perforazione sotterranea, un lento lavoro di scavo e di mine sotto le nostre cattedrali minacciate. Continuavamo, sopra quei disastri, a sfoggiare le nostre vuote esistenze. Non aspettavamo più nulla? Tentavamo, sempre invano, di rallentare sulle nostre teste la marcia del sole e del tempo. Dio, il nostro Dio, rifiutava questo miracolo ai suoi nuovi Giosuè. Non avevamo paura, perché secoli di coraggio su tutti i campi di battaglia non ce lo consentivano; ma tra i mondo e noi c'era un divorzio. Il fatto è che il mondo attendeva incessantemente, con una specie di voluttà e di ostentazione, a un delitto imperdonabile: noi ci eravamo fermati e lui continuava.






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